Credere non è Conoscere

PREDICAZIONE DEL 23 FEBBRAIO 2025:

 

Dottore Francesco Puccio

 

CREDERE NON È CONOSCERE

 

Con la predicazione del dottor Francesco Puccio si conclude un'intensa immersione formativa, in cui l'insegnamento sulla leadership ha fornito suggerimenti e incoraggiamenti per la guida spirituale e la crescita dei gruppi di credenti. Quindi, ora passiamo al messaggio del servizio di culto serale di domenica, il cui titolo è "Credere non è conoscere", partendo subito da un verso citato molte volte.

Romani 10:17; 17 La fede dunque viene dall'udire, e l'udire viene dalla parola di Dio.

Esiste una differenza fondamentale tra credere in Dio e conoscerlo realmente, perché molti crescono in un contesto dove si parla spesso di Lui, si partecipano a funzioni religiose e si è immersi in una cultura di fede, ma il credere nella Sua esistenza non implica conoscerlo veramente. Si può essere convinti che Dio esista, ma se questa convinzione non porta a una relazione autentica con Lui, allora rimane solo un'idea astratta. Senza conoscenza diretta della Sua persona e della Sua volontà, si rischia di costruire un'immagine errata di Dio, attribuendogli caratteristiche lontane dalla Sua vera natura. Le esperienze della vita possono spesso distorcere la percezione di Dio, facendo sembrare alcuni che Egli sia distante o indifferente, generando confusione e allontanando dalla fede, ma la Bibbia insegna che Dio desidera rivelarsi personalmente a chi Lo cerca con cuore sincero. La conoscenza di Dio non deriva solo da un'educazione religiosa o da pratiche esterne, ma da un incontro personale con Lui attraverso la Sua Parola e lo Spirito Santo.

Geremia 29:13-14; 13 Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore. 14 Io mi farò trovare da voi», …

Quindi, il cammino della fede non si limita a un'adesione intellettuale, ma implica una crescita nella relazione con Dio, che trasforma la vita e porta alla vera conoscenza di chi Egli è. Sapete, ancora oggi, in certi contesti, si educa a credere in Dio, ma non a conoscerlo, perché manca la testimonianza della verità, ovvero la conoscenza della verità stessa. Perciò, la fede non è vera fede, ma solo credenza, basata su racconti e insegnamenti ricevuti, poiché si è istruiti a credere in Dio come se tutto potesse avvenire indipendentemente dalla Sua esistenza. Questa condizione è simile a quella di Giobbe, il quale, prima di un incontro reale con Dio, poteva solo dire:

Giobbe 42:5; 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora il mio occhio ti vede.

Il credere senza conoscere porta a sviluppare comportamenti che non riflettono la vera relazione con Dio. Si può simulare la vita di un uomo di fede, frequentare le persone giuste, comportarsi in modo esemplare agli occhi degli altri, ma tutto questo non equivale a conoscere Dio. Il rischio è quello di costruire un’apparenza religiosa, dove il valore di una persona viene determinato dallo sguardo altrui piuttosto che dallo sguardo di Dio. Questa è la religione priva di relazione con Dio: vivere per l'approvazione degli altri, servire solo dove si è visti, considerare il giudizio umano più importante di quello divino. Così facendo, si può apparire perfetti agli occhi della religione, pur restando lontani da Dio.

Marco 10:19-20; 19 Tu conosci i comandamenti: "Non commettere adulterio. Non uccidere. Non rubare. Non dire falsa testimonianza. Non frodare. Onora tuo padre e tua madre"». 20 Ed egli, rispondendo, gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza».

Seguire regole esteriori non richiede amore, ma solo attenzione nel mantenere un’immagine adeguata, il che porta a recitare un ruolo, a sentirsi giusti in base a ciò che gli altri vedono, ma a essere privi della vera speranza. Se la giustizia dipende dagli occhi degli altri, quando questi mancano, si rimane perduti, vivendo in solitudine, pieni di dubbi e sensi di colpa. In altre parole, la religione senza relazione con Dio porta all’ipocrisia, prima con sé stessi, poi con gli altri e con Dio. Si può costruire un’intera esistenza sulla propria bravura, sulle proprie capacità e sulla propria influenza, ma in tutto questo non c’è speranza, perché essa non si conquista con gli sforzi umani. Senza una relazione autentica con Dio, si resta desolati, in attesa che qualcosa avvenga, poiché credere in Dio non significa conoscerlo, in quanto manca un riferimento chiaro e certo.

Giovanni 8:32; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Una verità svuotata della presenza di Dio crea intorno a noi soltanto incredibili, fortissime e pesanti catene, legate ai nostri pensieri. Siamo noi stessi a chiudere quei lucchetti e solo la scelta di cambiare riferimento, smettendo di credere soltanto e cercando la verità, permette di spezzare quelle catene. La vita non può ridursi a un ciclo continuo di giorni che iniziano e finiscono senza una speranza concreta. Se il proprio riferimento è solo se stessi, la propria bravura o competenza, si rimane intrappolati in una logica priva di speranza. Senza la conoscenza di Dio, si è consapevoli dei propri limiti: la ricchezza può svanire, la giovinezza finire, le passioni cambiare, e persino l'amore umano può diventare insoddisfacente se non si conosce l’amore di Dio. Molte crisi nelle coppie e nelle famiglie nascono proprio dall'assenza di questa conoscenza: senza comprendere l’amore vero, esso diventa solo un concetto astratto, un simbolo senza sostanza. La religione, se priva della rivelazione di Dio, non mostra chi Egli sia, non rivela il Suo amore né un futuro eterno, ma si concentra solo sul presente, che svanisce quando non ci sono più occhi a osservarci. Non si può vivere senza conoscere Dio: si può credere in Lui, ma senza una relazione con Lui non si vive davvero. L’uomo è un’emanazione diretta di Dio e, senza di Lui, sperimenta il dolore della separazione, simile al dolore di un arto mancante. Quando lo Spirito Santo diventa il confidente, si realizza la portata di quel dolore e della solitudine vissuta in precedenza. Dio è Colui che si fa trovare, che attira con legami di umana gentilezza:

Osea 11:4; 4 Io li attiravo con corde di umana gentilezza, con legami d'amore; …

Egli si abbassa affinché l’uomo non si senta piccolo, cercando di condurlo a Sé. Essere Suoi figli significa conoscerlo come Padre e meditare sulla propria condizione per trasformarla. La vera crescita spirituale non dipende da uno sforzo umano o da un’identità costruita su basi religiose, ma dalla relazione con lo Spirito Santo, che guida nella verità.

Giovanni 16:13; 13 Ma quando verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà in ogni verità, perché non parlerà da sé stesso, ma dirà tutte le cose che ha udito e vi annunzierà le cose a venire.

Senza questa relazione, si resta legati a un’identità costruita sul contesto anziché sulla conoscenza di Dio, cercando un’appartenenza per sfuggire alla solitudine, ma la vera appartenenza si trova solo in Lui. Noi viviamo da orfani, perché se non raggiungiamo quella condizione per cui finalmente Dio si integra in noi e ci rende completi, restiamo solo poveri orfani. La mancanza di speranza porta alla disperazione significa vivere senza consapevolezza e percezione di avere diritto a ricevere il meglio. La speranza è l’attesa del meglio, ma quando non si conosce coLui da cui il meglio proviene, si è senza speranza. Tutti siamo sulla terra in attesa di diventare figli, ma senza un padre si è orfani, privi di appartenenza e protezione, perché è il padre a provvedere e custodire. Senza un padre si è vulnerabili, esposti a ogni pericolo e privi di sicurezza, costretti a lottare da soli per sopravvivere, senza radici né una vera identità. La radice non è solo qualcosa di genetico, ma qualcosa che si apprende attraverso la vicinanza, la comunione e la relazione. Il senso di appartenenza si sviluppa nel rapporto con il Padre, perché quando si ha paura si cerca rifugio in qualcuno che protegga, abbracci e rassicuri, ma l’orfano non ha nessuno che lo custodisca, gli dia una radice e gli lasci un’eredità. Gli orfani cercano di costruire certezze con le proprie forze, ma tutto ciò che si può fare con le proprie capacità è limitato e destinato a finire. Il nemico approfitta dei momenti di maggiore debolezza, e così l’orfano, nel tentativo continuo di colmare la sua mancanza di appartenenza, vive senza trovare pace. Oggi è necessario chiedersi se si ha consapevolezza della propria identità e dell’origine di questa consapevolezza, perché conoscere la verità non solo rende liberi, ma rivela anche chi si è e da dove nasce la certezza. L’orfano non ha una reale identità, perché è la relazione con il Padre che rende figli. Chi ha un padre si sente guidato, amato e protetto, imparando il valore dell’amore attraverso la cura e l’educazione. Senza questa relazione, si vive nell’isolamento, senza una guida, senza un aiuto nei momenti difficili. La presenza o meno della speranza nella vita di una persona è legata alla consapevolezza della propria identità. Se si è figli, si ha speranza; se manca l’identità di figlio, si perde la speranza e si vive come orfani. È importante riflettere su chi si è veramente: si sta recitando un ruolo o si ha piena consapevolezza della propria identità? Si sta alimentando la conoscenza di chi si è ora? La nostra identità reale non è quella materiale, ma spirituale, e se siamo figli di Dio, dobbiamo nutrire questa identità. Se oggi non abbiamo questa consapevolezza, sappiamo almeno da dove partire e quale sia il limite da superare. La salvezza non si completa nel momento in cui si fa la preghiera di salvezza, ma è solo l'inizio di una vita gloriosa, una vita condivisa con il Padre, seguendo l'esempio di Gesù e mantenendo un dialogo quotidiano e costante con lo Spirito Santo. Sapete, se stiamo cercando di conoscere chi sia il Padre e chi sia Gesù, dobbiamo chiederlo, altrimenti non riceveremo risposta, perché Dio risponde solo a richieste precise e specifiche. E se vogliamo di più, dobbiamo chiederlo e prepararci a riceverlo, svuotando il nostro cuore da ciò che lo riempie per fare spazio alla Sua presenza. Dobbiamo comprendere da dove stiamo attingendo informazioni, se dallo specchio, dagli amici o dalla Parola di Dio, e ognuno deve scoprirlo con sincerità, perché se si continua a vivere senza conoscere Dio, si vive da orfani, privi di una vera identità. La vita non è fatta solo di successi, ma diventa piena e significativa quando si affrontano le difficoltà con la consapevolezza di avere un aiuto, sia nelle persone che ci circondano sia attraverso lo Spirito Santo. Dio ha dato i ministeri per il perfezionamento dei santi, affinché i credenti non affrontino le prove da soli, ma trovino sostegno e guida nella comunità. Sapete, credere è facile, ma conoscere profondamente il Padre richiede un cammino consapevole, e Gesù è stato mandato sulla terra affinché potessimo comprendere la paternità di Dio. Nell'Antico Testamento si è rivelata la Sua potenza, ma chi cerca solo la potenza di Dio cerca solo la Sua mano, mentre attraverso Gesù si conosce il cuore del Padre, il Suo amore e la Sua accoglienza. Per conoscere il nostro Padre celeste, è necessario cercare Cristo, poiché è Lui che ci rivela chi è veramente Dio, che ci accoglie, come farebbe un padre naturale, indipendentemente dalla nostra condizione. L'identità reale non è quella materiale, ma spirituale; per questo, chi è figlio di Dio deve alimentare questa identità, permettendo allo Spirito Santo di guidarlo in ogni verità. Lo Spirito Santo è colui che continua a rivelare ciò che Gesù ha lasciato ai Suoi figli dopo la risurrezione, ed è quindi essenziale avere le orecchie spirituali aperte per ascoltare la Sua voce e riconoscere il Suo linguaggio. Se manca la consapevolezza della propria identità di figlio, è necessario interrogarsi su dove si sta attingendo le informazioni per definirla. La Parola di Dio è la fonte primaria per comprendere chi si è, piuttosto che basarsi su esperienze terrene o influenze esterne, perché non si deve vivere da orfani, ma come figli, consapevoli della propria appartenenza a Dio. La vita, pur non essendo priva di difficoltà, offre l'opportunità di sperimentare la provvidenza divina, perché una vita senza sfide sarebbe piatta, mentre il confronto con i problemi e la ricerca delle soluzioni rendono il cammino significativo. Quando lo Spirito Santo ci suggerisce di pregare di più per prepararci a qualcosa che sta per accadere, allora comprendiamo il valore della dipendenza da Dio. Lo Spirito Santo non solo ci invita a pregare, ma ci dà anche la soluzione, perché Dio provvede, guida e offre risposte a chi Lo cerca con cuore sincero. La Parola di Dio è un messaggio di amore, speranza e opportunità che ci permette di conoscere noi stessi, la nostra origine e il nostro futuro. Chi ha un’identità di figlio sa che le promesse di Dio si realizzeranno, mentre chi vive come orfano non ha alcuna eredità. L’identità di un uomo si fonda sulla sua condizione di figliolanza: se è figlio, ha una base stabile; in caso contrario, cercherà riferimenti passeggeri, destinati a mutare nel tempo. Inoltre, essere figli di Dio significa avere la sicurezza di un’eredità, la certezza di un futuro provveduto dal Padre e la protezione della Sua giustizia. La conoscenza di Dio non è solo un fatto di sapere ma di essere, per questo comprendere la Sua volontà deve portare a una trasformazione interiore affinché si possa vivere pienamente la relazione con Lui. L’obiettivo è camminare in una ricerca costante di Dio, non con una mentalità legalista, ma con una consapevolezza che lo coinvolge in ogni aspetto della vita. La relazione con Dio deve essere quotidiana e profonda, non solo un concetto teorico, ma una realtà vissuta che trasforma ogni nostra azione e decisione. La prima persona a cui rivolgersi è sempre Lui, ed è fondamentale, perché non si può rinunciare alla consapevolezza di essere figli di Dio. È essenziale sviluppare un'identità forte da figli, perché solo così avremo una speranza, cioè l'attesa di ciò che Dio ha promesso per il futuro, sapendo che non ci abbandona mai e desidera che viviamo la nostra eredità con Lui già da ora. I cieli sono aperti per i figli di Dio, che hanno un contatto diretto con il Padre grazie a uno spirito rigenerato; mentre nell'Antico Testamento i servi di Dio attendevano questo accesso, oggi chi è nato da Lui vive una comunione costante con il cielo.

Concludiamo leggendo questi versi tratti dall’Antico Testamento:

Isaia 43:1-5; 1 Ma ora così dice l'Eterno, che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha formato, o Israele: «Non temere, perché io ti ho redento, ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni. 2 Quando passerai attraverso le acque io sarò con te, o attraverserai i fiumi, non ti sommergeranno; quando camminerai in mezzo al fuoco, non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà. 3 Poiché io sono l'Eterno, il tuo DIO, il Santo d'Israele, il tuo Salvatore. Ho dato l'Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l'Etiopia e Seba al tuo posto. 4 Perché tu sei prezioso ai miei occhi e onorato, e io ti amo, io do uomini al tuo posto e popoli in cambio della tua vita. 5 Non temere, perché io sono con te; …

Questa è la speranza per chi crede senza conoscere profondamente Dio, perché non basta frequentare la chiesa o essere convertiti da tempo per sviluppare l’identità di figli, ma è necessario vivere una relazione autentica con Lui. Non basta sapere che Dio esiste, ma è necessario vivere nella consapevolezza della propria identità in Lui, affinché la speranza non resti solo una parola, ma diventi un'attesa attiva delle promesse di Dio. Se il dialogo con Dio viene meno, la speranza si affievolisce e si rischia di scivolare nella routine religiosa, ma Dio, che ha redento e purificato, può farlo ancora oggi. Se si attraversa un periodo di stanchezza spirituale e la speranza sembra indebolita, è il momento di rialzarsi e cercare una nuova manifestazione della potenza dello Spirito Santo. Non bisogna accettare la staticità, perché porta lontano dalla vita piena che Dio ha preparato per i suoi figli. Oggi è il tempo per risvegliare la propria identità, tornare alla preghiera e riscoprire la gloria della figliolanza divina, perché il Padre attende con le braccia aperte.

 

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